mercoledì 22 ottobre 2014

Catch-all-PD

Non era in effetti difficile da prevedere l'evoluzione del Partito Democratico verso il partito elettorale in generale e del catch-all-party in particolare. 
Soltanto, non spacciamolo per qualcosa di nuovo, magari chiamandolo "partito della Nazione", perché non lo è. 

Il partito di massa
Il partito di massa non esiste praticamente più, nelle democrazie occidentali. Lo si riconosceva per alcuni tratti tipici quali il predominio della burocrazia interna, il radicamento territoriale con tante sezioni e tanti iscritti e militanti (che garantivano tessere e, con esse, l'autofinanziamento del partito), la presenza di strutture parallele (sindacati, associazioni di categoria, circoli ricreativi, giornali...). E una forte componente ideologica, spesso limitata a una classe sociale: l'identità era un fattore fondamentale.

Il catch-all-party
Teorizzato dal politologo tedesco-americano Otto Kirchheimer nel 1966 (quarantotto anni fa!) è il partito agli antipodi del partito di massa, da cui pure è discendente diretto: organizzazione leggera, il ruolo di iscritti e militanti marginalizzato perché il focus si sposta sul leader e il gruppo dirigente, il finanziamento principale è dall'esterno e spesso proveniente da gruppi di interesse. L'ideologia non è più importante, l'identità ancor meno, si colgono le opportunità e su quelle si cambiano le politiche: conta soltanto la competizione su tutto il mercato elettorale; si va a pescare e quel che si prende si prende, non importa come si prende o con cosa si prende, perché conta soltanto prendere.

Il Partito Comunista Italiano era un partito di massa. 
La Democrazia Cristiana era un incrocio tra un partito di massa e un catch-all-party.
Il Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi era qualcosa che somigliava un po' al catch-all-party.
Forza Italia pure, anche se fortemente rappresentativa degli interessi di piccoli e medi imprenditori (e liberi professionisti, avvocati in primis).

E il PD?
Secondo me, il PD per sei anni non è stato niente. Eccessivamente preoccupato dalle situazioni contingenti interne o esterne (statuti, primarie, lotte tra correnti, alleanze, governi tecnici, scandali vari qua e là per l'Italia...) non era né un partito di massa, né un catch-all-party. Era ambiguo, come ambigua è stata la differenziazione nel suo Statuto tra "iscritti" ed "elettori". Un "partito costituito da elettori ed iscritti" (art. 1 co. 1), "aperto a gradi diversificati e a molteplici forme di partecipazione" (art. 2 co. 1), che distingue tra diritti degli elettori (art. 4) e diritti degli iscritti (art. 5), ma che poi ha lasciato, al momento delle primarie 2013 - ossia della scelta di chi avrebbe dovuto guidare il partito e/o rappresentarlo nelle istituzioni - parità di diritti tra il militante che si fa il mazzo tanto trecentosessantacinque giorni l'anno e il primo che passa per la strada (basta che versi il piccolo obolo simbolico). Forse era o avrebbe potuto essere - alla pari dei Democratici di Sinistra - qualcosa che si avvicinava al "moderno partito di quadri" descritto da Ruud Koole.
Il PD ha iniziato a trasformarsi con la segreteria Renzi.
Il cambiamento più evidente è nel modo di comunicare.
Oggi il PD detta l'agenda, prima si limitava a leggerla.
Un salto di qualità importante ed è stupidamente fazioso chi non riconosce questo merito a Renzi.
Oggi il PD è anche un partito che riassume molti dei caratteri del catch-all-party. Anzi, di tutti i partiti italiani del passato e del presente è quello che più si avvicina all'ideal tipo del catch-all-party.
Applicato al caso italiano, qui e ora, si tratta sicuramente di un modello vincente. I risultati elettorali stanno dando ragione a chi ha voluto un PD di questo genere.
Non credo però che sia tutto rose e fiori.
Per esempio, c'è un problemino di accountability (il leader deve rispondere delle proprie decisioni di fronte agli elettori o altri organi preposti) che spesso fa leva più sull'immagine del leader che non su ciò che quel leader mette in atto.
Un indicatore di questo problema di accountability nel PD è il sempre più frequente ricorso al blameshifting: l'Europa, i gufi, i rosiconi, la Merkel, i poteri forti, la vecchia guardia, i conservatori di rendite di posizione.... E' sempre colpa di qualcun altro. Di più: c'è una sorta di blameshifting temporale. Ve lo ricordate il cronoprogramma che Renzi si era dato all'inizio del suo mandato di governo? A febbraio le riforme, a marzo il lavoro, ad aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco. Poi ha spostato più in là e poi sempre più in là e, tra un annuncio e una legge delega, dopo otto mesi di governo l'unica cosa realmente fatta (peraltro buona) è la distribuzione di ottanta euro mensili in più in busta paga a chi non raggiunge un certo reddito.
Per adesso il PD non paga pegno perché Renzi è bravissimo nella fase di responsiveness (ossia, il saper raccogliere le istanze dell'elettorato, la capacità di rispondere a domande dal basso). Ma non può durare in eterno.
E poi, strettamente legata all'accountability (e al ruolo riservato ai militanti e agli iscritti), la questione della qualità della discussione interna al partito.
Scrive il politologo Francesco Raniolo
i partiti elettorali non si pongono più il compito di integrare elettori e gruppi nel sistema politico, ma di attrarli attraverso la costruzione e diffusione delle immagini di leader e dei loro intenti programmatici (...) Così come il partito di massa gestiva i processi di politicizzazione delle masse, il partito elettorale diventa la soluzione organizzativa per gestire i processi di spoliticizzazione dei cittadini delle democrazie stabili*

Non sono del tutto sicuro che fossero queste le intenzioni di chi il PD lo aveva teorizzato e costruito, tra cui parecchi di coloro che - sette anni e mezzo fa - decisero la fine dei partiti in cui militavano per dar vita a questa nuova formazione.
Di sicuro il partito elettorale è poco (o niente) conciliabile con quell'assunto ribadito nel Manifesto dei Valori del PD stesso:
uno spazio concreto di dialogo costruttivo e propositivo; un laboratorio di idee e di progetti, in cui le diverse storie politiche, culturali ed umane che sono venute a formarlo diventano fattore di arricchimento e fecondazione reciproca.
Il catch-all-party lo vedo come l'antitesi della discussione costruttiva, dell'arricchimento reciproco, della comunità con la quale confrontarsi su questo o quel problema. 
Personalmente, lo vedo abbastanza lontano pure dal partito palestra desiderato da Fabrizio Barca, che invece mi pare molto in linea con il passaggio del Manifesto dei Valori appena riportato.
La tanto evocata "vocazione maggioritaria" non implica di per sé l'evoluzione in catch-all-party, facendo essa riferimento a un sistema elettorale e non a un'organizzazione di partito. Chi dice "finalmente abbiamo il partito a vocazione maggioritaria" non sa di cosa parla, confonde le acque (così come quelli che - sempre a proposito di sistemi elettorali - confondono "maggioritario" e "premio di maggioranza") e troverei in questo momento più corretto parlare delle implicazioni che la deriva "catch-all" ha sulla partecipazione politica dei cittadini, il loro coinvolgimento nella formazione delle politiche e il controllo che essi, quando il "catch-all" è partito di governo, possono esercitare sui governanti. Di ciò mi pare che l'attuale gruppo dirigente del PD abbia davvero poca voglia di ragionare (e anche la stampa nazionale non mi sembra particolarmente propensa, ma mi rendo conto che sono questioni difficilmente rivendibili in edicola o nei talk-show televisivi).

* cfr. Un'analisi organizzativa dei partiti politici, in Morlino-Tarchi (a cura di), Partiti e caso italiano, Bologna 2006