martedì 25 agosto 2015

La lettera dei 209 e la retorica delle due Italie

Francamente non capisco tutto questo agitarsi a sinistra per la lettera appello dei 200 e passa imprenditori del nord a sostegno di Renzi.
Di iniziative come queste ne sorgono a decine durante una campagna elettorale, per cui – al netto dei riflessi pavloviani (“l’hanno firmata imprenditori del nord quindi è di destra!”) – non c’è motivo di stupirsi. Mi si dirà che non siamo in campagna elettorale e tecnicamente questo è vero, peccato che con Renzi la campagna elettorale sia permanente, trecentosessantacinque giorni all’anno.
Piuttosto, mi concentrerei sulla lettera in difesa dell’iniziativa pubblicata sull’Unità e firmata da uno dei sottoscrittori, Chicco Testa.
È interessante innanzitutto perché nello stesso momento in cui rivendica indipendenza e autonomia dal PD o da Renzi, ne ribadisce lo storytelling più recente: dal ruolo della società civile ai “niente stop”, passando dalla divisione tra i buoni che vogliono le riforme – belle e giuste in quanto tali – e i cattivi che vi si oppongono e vorrebbero fermare il processo riformatore.
Ma il chiccotesta pensiero è interessante anche e soprattutto per un’altra parte che cito:
Chi sono i firmatari? Ne conosco pochi, ma fra i loro indirizzi mail intravedo soprattutto il mondo delle professioni e delle imprese italiani. Professionisti, consulenti, imprenditori, manager. Prevalentemente del centro nord. Qualcuno storcerà il naso, ma è il mondo di chi si assume ogni giorno, insieme a tanti altri in ogni luogo di lavoro, la responsabilità di far camminare questo Paese. Un mondo che non vive né di rendite né di commistioni con la spesa pubblica. Cammina con le sue gambe e vorrebbe solo un’ Italia più ordinata e finalmente libera dai tanti “ lacci e lacciuoli” che da decenni la tengono imprigionata. E su cui prosperano, questo sì, le burocrazie e i corporativismi di ogni ordine e grado, che fanno resistenza ad ogni cambiamento”.
Si ripropone dunque lo schema, ormai abusato, della contrapposizione tra un’Italia che lavora e un’Italia parassita. L’Italia che lavora  vuole le riforme – e proprio queste riforme proposte dal Governo Renzi –; l’Italia parassita non le vuole e fa resistenza al cambiamento. Si può leggere anche al contrario: ossia, chi non vuole le riforme non è l’Italia che cammina con le sue gambe, ma quella che vive di rendite (non di “rendita”, attenzione: di “rendite” – la differenza è sottile, ma importante) e di commistioni con la spesa pubblica.
È un passaggio importante (ed è simbolico che sia pubblicato sull’Unità) e concettualmente sbagliato per almeno due motivi.
Il primo motivo è che non necessariamente chi si oppone alle riforme renziane, chi fa resistenza a questo cambiamento, è qualcuno che vive di rendite o di commistioni con la spesa pubblica. Potrebbe essere semplicemente uno che la pensa diversamente. Credo sia l’ora di farla finita con queste assurde divisioni tra buoni e cattivi a seconda che si appoggino o meno certe politiche. O, meglio, certi politici.
Il secondo motivo è che l’Italia che cammina con le sue gambe e l’Italia che vive di rendite e commistioni con la spesa pubblica prosperando sui corporativismi non sono due mondi paralleli, ma talvolta – o forse spesso – è lo stesso mondo in momenti diversi: se la grande azienda che io presiedo è partecipata dai principali istituti di credito italiani, inclusi quelli che si sono fatti grassi da una serie di politiche governative, la mia predica su quanto sono bravo a camminare con le mie gambe forse potrei anche risparmiarmela. Soprattutto se oltre a fare il presidente di grande azienda, faccio anche il presidente di un’associazione di produttori e in questa veste ho chiesto incentivi fiscali e politiche di spesa pubblica per il settore che rappresento.