Il limite più importante del progetto di legge definito oggi da Repubblica – e non soltanto da Repubblica – “
anti-movimenti” è che la prima firmataria è Anna Finocchiaro. Una che un giorno è stata fotografata a Ikea con la scorta, finendo così nel tritarcarne dei retori anti-Casta: da quel preciso momento, qualunque cosa faccia o dica è sbagliata a prescindere. Lo avesse proposto Renzi non sarebbe successo niente. Se poi lo avesse scritto Pietro Ichino, anziché qualcuno del Partito Democratico, forse anche Pierluigi Battista lo avrebbe elogiato, anziché fare ironie su Twitter (secondo Massimo Mucchetti, il Corriere della Sera avrebbe iniziato la campagna sulla Casta per tirare la volata a Montezemolo: abbiamo visto tutti com’è finita).
La tempistica
Ho letto qua e là che la proposta di legge sarebbe la risposta al mancato accordo con Grillo, che il PD ha fatto le larghe intese e deve preparare il terreno alla non ineleggibilità di Berlusconi. Cazzate. Il testo è stato comunicato il 22 marzo. Se ne parla oggi perché Repubblica l’ha tirato fuori dal congelatore soltanto oggi, ma è di due mesi fa, rientrava negli otto punti programmatici con cui Bersani sperava di far breccia nel MoVimento 5 Stelle, riprendeva un testo già presentato nella precedente legislatura ed è stato scritto sulla base di discorsi detti e ridetti in campagna elettorale. Senza che mai qualcuno si scandalizzasse.
Il metodo
Se fai una legge contro il conflitto di interessi in politica, ce l’hai con Berlusconi; se fai una legge per regolamentare l’attività dei partiti ce l’hai con Grillo. Basterebbe che in Italia ci fosse un sistema sano dei partiti – nessuna lista “padronale”, per esempio – e tanti problemi nemmeno si porrebbero.
En passant, ho notato che tra coloro che rimproverano la natura antigrillina del progetto di legge ve ne sono parecchi che contestano al PD di non aver mai fatto una legge contro il conflitto di interessi di Berlusconi. Anche questa incoerenza di ragionamento, a pensarci bene, è un’anomalia.
Il merito del provvedimento
In sostanza, si dice che se vuoi partecipare alle elezioni politiche devi acquisire la personalità giuridica ai sensi del DPR 361/2000. L’acquisizione di per sé è una roba da poco, però ti costringe ad avere uno statuto vero, delle procedure democratiche vere, un bilancio economico vero. Che follia, eh?, per un partito. Certo, l’alternativa è andare avanti l’intera legislatura facendoci le pippe mentali sugli scontrini del ristorante e sul carburante consumato dal camper che gira l’Italia: è più gratificante, è meno impegnativo e ci si possono scrivere lunghi aggiornamenti di stato su Facebook. La realtà è che i primi a sostenere un provvedimento del genere dovrebbero essere quelli che invocano l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti e quelli che sono entrati in Parlamento urlando che tutto deve essere alla luce del sole. Se non si vogliono fermare agli slogan, se ci tengono a questi obiettivi e hanno a cuore la correttezza e la trasparenza del confronto democratico in Italia, la conditio sine qua non per l’abolizione dei contributi statali alle forze politiche è che queste presentino bilanci in regola e abbiano procedure interne che tutti possano conoscere.
Dice: eh, ma così facendo tarpi le ali a organizzazioni che si muovono diversamente, anche con forme democratiche assembleari o dirette. Secondo me, un partito basato sulla retorica ipocrita dell’uno che vale uno (pure in queste “visioni democratiche differenti” poi alla fine ci sono un paio di persone che di fatto contano un po’ di più) può rimanerlo con uno statuto che prevede come organi dirigenti delle forme assembleari o istituzionali (i capigruppo di Camera e Senato, per esempio). Come i partiti tradizionali non devono aver paura di queste visioni, così queste visioni non devono aver paura se una legge introduce un po’ di trasparenza al loro interno.
Un dubbio
Il passaggio del progetto Finocchiaro-Zanda sul quale bisognerà fare parecchia attenzione è l’articolo 6 comma 1: “L'acquisizione della personalità giuridica e la pubblicazione dello statuto nella Gazzetta Ufficiale ai sensi dell’articolo 8 costituiscono condizione per poter partecipare alle competizioni elettorali”.
Concordo con l’obiettivo di fondo per i motivi di cui ho già scritto sopra. Ma, scritta così, la disposizione implica che, per esempio, alle comunali non potranno più presentarsi le liste civiche, spesso rese necessarie per la modestia delle dimensioni del Comune e del relativo consiglio comunale (sì, quelle cose tipo “Treppignana di Sotto per Frappampina sindaco” o “Uniti per Villammare in Colle”), e, in caso di legge elettorale maggioritaria, ben difficilmente potranno esserci coalizioni come “L’Ulivo” o “Il Polo del Buongoverno”. Spero in un emendamento che limiti la normativa alle sole elezioni nazionali ed europee o che preveda che, nel caso sulla scheda elettorale compaia il nome della coalizione, questa può anche non avere personalità giuridica se già l’hanno tutti i partiti che la compongono.