mercoledì 16 aprile 2014

E così sia

In questo momento, le due principali notizie di politica presenti sulla home page di Repubblica sono:

Legge sul voto di scambio, bagarre al Senato - Grasso caccia due senatori M5S

Immigrati, caos Lega alla Camera - Boldrini espelle Prataviera

Considerati anche gli argomenti di cui più ho dibattuto nelle ultime settimane su questo cacchio di blog, io alzo bandiera bianca. Basta, mi arrendo. 

sabato 12 aprile 2014

Una considerazione sul "nuovo" PD

Stamani Marco Campione (capo di segreteria del sottosegretario Roberto Reggi) ha twittato questo:
"Non sarò a Torino per l'avvio della campagna elettorale. Un abbraccio a chi ci sarà e auguri a un meraviglioso PD, che finalmente fa il PD".
Io gli ho risposto, in modo polemico ma - credo - rispettoso:
"T'accontenti di poco, allora, se è questo 'fare il PD'".
Come chi ha il coraggio di seguire le mie elucubrazioni mentali ben sa, il mio giudizio sul governo Renzi è positivo per quanto riguarda l'economia, assai meno sulle riforme istituzionali; e, quanto al partito, penso che sia ottima la svolta sulla comunicazione (e anche su certi atteggiamenti nei confronti degli avversari politici), ma lo stesso non posso dire per le pratiche di partito che non sono cambiate di una virgola rispetto all'era Bersani.
La risposta è stata:
"Detto da uno che s'accontenta di ciwati... #sischerza"
Beh, sì, certo, si scherza, come no?
Il problema è che, come già accennavo in passato, il PD è passato da un estremo all'altro. Dai giorni in cui criticare il segretario e metterlo in discussione con un qualsiasi pretesto era segno di democrazia ("non mi mettere a tacere, sai? Centralismo democratico!"), ai giorni in cui osare criticare un provvedimento proposto dal segretario è segno di conservatorismo, parrucconeria, disfattismo, palude. Dai giorni in cui ognuno avanzava le sue proposte strafregandosene delle indicazioni di partito, ai giorni in cui se qualcuno presenta una proposta alternativa in Parlamento è lesa maestà. Dai giorni in cui si diceva "se Rutelli va via è una sconfitta di tutti" ai giorni in cui si dice "Renzi l'han votato un milione e ottocentomila elettori, può fare quel che vuole". L'emblema di questo modo di fare è il Paolo Gentiloni che va in direzione e chiede di non rompere il cazzo a Renzi. Ossia, in poche parole, di non fare ciò che ha portato Renzi a essere presidente del Consiglio. In questo, direi, c'è una certa evoluzione rispetto all'era Bersani. Perché anche quando i bersaniani cercavano di zittire la minoranza con trucchetti da quattro soldi (tipo convocare le direzioni quando c'erano le leopolde), mancava comunque quell'atteggiamento di sprezzo e di superiorità, con annessa gogna mediatica per chi non si adeguava. Oggi invece quell'atteggiamento è ben presente se non addirittura preminente ("minoranza!", come è stato detto qualche tempo fa a proposito di chi contestava il Senato). Qualcuno magari lo può chiamare "spirito maggioritario", io lo chiamo "deficit di cultura democratica".

giovedì 10 aprile 2014

La rottamazioché?

Durante la campagna elettorale per le primarie (e anche gli anni scorsi) ho scritto più volte che quel che temevo con Matteo Renzi era un cambiamento solamente di facce o, peggio, di facciata anziché di pratiche reali e costume politico. La rottamazione della classe politica più come uno slogan (vincente) che non come un obiettivo reale da conquistare - magari con la tenacia con la quale si affrontano le riforme istituzionali o i provvedimenti sull'economia -, preferibilmente in tempi brevi, visto che già la gestazione del Partito Democratico è stata piuttosto lunga. Uno dei motivi (forse il principale, devo dire) per cui all'epoca gli avevo preferito Pippo Civati.
Poi, ieri, la lista per le Europee.
Ci trovo 8 deputati, 1 senatore e 4 consiglieri regionali: in caso di elezione, in virtù dell'articolo 22 comma 4 dello Statuto del PD, dovranno tutti dimettersi dalla carica che attualmente ricoprono, immagino con grande gioia del "popolo delle primarie" che appena un anno e mezzo fa aveva votato diversi di loro affinché facessero i deputati sì, ma a Montecitorio e non a Strasburgo.
Oltre a loro, ci trovo una manciata di sindaci, assessori e vicepresidenti di Provincia.
Ci trovo confermati 16 dei 22 eurodeputati attuali.
Ci trovo uno che dal 2000 al 2010 è stato consigliere regionale in quota Forza Italia per Storace presidente e dal 2010 al 2013 consigliere regionale in quota Italia dei Valori.
Ci trovo gente over-60 che è stata eletta la prima volta in Parlamento nel 1983 e gente under 30 che cumula cariche da parlamentare, segretario regionale e segretario dei giovani di partito.
Insomma, ci trovo di tutto, ma non la tanto declamata "rottamazione".

martedì 8 aprile 2014

Come emendare la proposta del nuovo Senato

Faccio sommessamente presente, visto che sono stati presentati progetti di legge alternativi riguardo alla riforma del Senato, che, a modestissimo e insignificante parer mio, concentrarsi sulla elezione diretta anziché indiretta dei senatori ha davvero poco senso. I sostenitori della riforma avranno facile gioco a rispondere (correttamente) che in tanti altri Paesi la Camera alta non è eletto direttamente dai cittadini, ma da cosiddetti "grandi elettori".
Le differenze, casomai, sono altre due. La prima è stata inquadrata molto efficacemente da Michele Ainis - che sul punto è molto più ottimista di me - sul Corriere della Sera:
(il nuovo Senato) "partecipa al processo normativo dell’Unione Europea, valuta l’impatto delle politiche pubbliche sul territorio. E vota le leggi costituzionali, soltanto quelle. Sulle altre conserva unicamente i poteri della suocera: consiglia, rimbrotta, sermoneggia. Al contempo perde la titolarità del rapporto fiduciario, e perde quindi il sindacato ispettivo sul governo. Curioso: questa riforma abolisce il Cnel, organo consultivo mai consultato da nessuno; però rischia di sostituirlo con un Senato di superconsulenti".
Quindi, direi, concentrarsi piuttosto sulle competenze e le funzioni, altrimenti a un'anomalia (il bicameralismo perfetto) potrebbe subentrarne un'altra (un Senato che fa la suocera petulante e insignificante).
La seconda differenza è che altrove la Camera Alta, anche se non è eletta a suffragio universale, quasi mai è composta da senatori part-time che di mestiere fanno altro (i sindaci, i presidenti di Regione, i consiglieri regionali) e vanno lì ogni tanto, quando a un certo numero di loro gli gira di voler fare le pulci a un provvedimento approvato dai colleghi deputati. Se qualche fautore della riforma si chiedesse il perché forse saremmo già a buon punto.

sabato 5 aprile 2014

Tutta colpa di Zagrebelsky

Ammettiamolo: avevamo bisogno di un nuovo capro espiatorio.
Quello classico, durato vent'anni, che pure era molto più di un capro espiatorio (era, anzi, il grande favorito al premio "peggior uomo di governo dell'era repubblicana"), aveva stufato e poi c'era un terzo di elettorato che non voleva proprio saperne di additarlo come capro espiatorio. E anche quell'altro, la Casta del PD, era durato il tempo di una stagione: poi, una volta scesi a compromessi con certa gente e resisi conto che a forza di additarli come capro espiatorio si faceva un favore a Grillo, quella stagione era terminata.
Così è stato individuato un nuovo capro espiatorio: i professori. Anzi, i professoroni. Sono loro ad aver bloccato un processo di riforma che oggi invece non è più rinviabile per il nostro Paese (cito Luca Ricolfi sulla Stampa che cita il ministro Maria Elena Boschi condividendone il pensiero).
Io pensavo che i processi di riforma nel nostro Paese fossero stati bloccati da altro e da altri. Per esempio, da Bertinotti quando si incaponì sulle 35 ore. O da Berlusconi quando cercava di rendere sé stesso (e magari anche i suoi amici) legibus solutus e a questo obiettivo subordinava tutto il resto. O da Bossi quando inseguiva un'improbabile e fuorviata idea di pseudofederalismo. O da taluni ministri che invece di riformare sul serio il mercato del lavoro si perdevano nell'inutile battaglia ideologica contro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. O da altri che provavano a scardinare princìpi fondamentali della Costituzione per coltivare l'orticello elettorale della Val Brembana, con ciò alimentando invece la retorica della "Costituzione più bella del mondo". O da quel biennio disgraziato di mancate riforme e di pasticci causati dalla mancanza di una maggioranza parlamentare, specialmente al Senato, dove bastava un Turigliatto o un Bordon a puntare i piedi perché si bloccasse qualsiasi progetto di legge, anche il più banale.
Scopro in questi ultimi tempi che invece dietro a tutto questo c'erano i professoroni. Dopo anni e anni, mi sono convinto che sia stato Stefano Rodotà, dalla sua influentissima posizione di garante della privacy, a dare il suo niet a una legge elettorale migliore del Porcellum (legge in cui è lampante lo zampino di Salvatore Settis). E chi altri se non l'allora potentissima direttrice del prestigioso Tirreno, Sandra Bonsanti, poteva bloccare il processo riformatore dei tempi della Bicamerale? Come non intravedere l'azione subdola di Gustavo Zagrebelsky dietro la mancata riforma del welfare state e il calo delle tasse?
Ma ora li abbiamo individuati. Sono loro, i professoroni, la causa di tutti i nostri mali.

mercoledì 2 aprile 2014

Il rosicone disfattista gufo e parruccone che io sono

A me piacerebbe discutere del pacchetto di riforme istituzionali che sta avanzando il governo senza per questo passare, sol che si sollevi un piccolo dubbio, per uno che difende gli interessi propri ("conservatore di rendite di posizione") e di chi vuole lui ("palude"), o per uno intellettualmente disonesto ("professionista dell'appello antiautoritario"), o per uno che vuole male al suo Paese ("gufo", "disfattista"), o per uno che pensa soltanto al congresso del partito e a distanza di mesi  ancora non gli va giù di averlo perso ("rosicone"), o per uno che non ha diritto di parola ("minoranza"), o per un retrogrado ("parruccone"), o per un cretino buono a nulla ("difendi chi per anni si è perso in chiacchiere improduttive e liturgie inutili").
Dico sul serio. Io capisco - e trovo lecito - l'entusiasmo di costoro che si sentono investiti della Sacra Missione Rinnovatrice, ma qui qualcuno credo stia un po' esagerando. Sarebbe un bene per tutti se potessimo confrontarci sui pro e sui contro di riforme che riguardano mezza Costituzione (Titolo V, funzionamento del Parlamento, rapporti con il Governo), enti locali e legge elettorale. Perché tutta questa roba non sarà l'anticamera dello Stato autoritario, ma un po' di cose che non vanno ci sono e liquidare in modo sprezzante chi vorrebbe farne notare i difetti (tanti) prima ancora che i pregi (pochi) è ingiusto non nei confronti dei critici, ma dell'Italia stessa e del suo futuro.

martedì 1 aprile 2014

Dal bicameralismo perfetto al monocameralismo imperfetto

Finalmente il Governo ha sfornato il testo definitivo della proposta sul nuovo bicameralismo, quella proposta che andrà approvata - e anche alla svelta - per evitare tragedie, sciagure e invasioni di cavallette. 

Riflessione numero 1
Il nuovo testo sana alcune delle stramberie presenti nella vecchia formulazione: tipo quella che uno entra in Senato in quanto sindaco e ci resta cinque anni anche se nel frattempo non è più sindaco. Ma non sana la stramberia di fondo, ossia quell'idea di pasticcio generale (che si aggiunge al pasticcio sulla legge elettorale e al pasticcio sulle nuove Province) che permea tutto il nuovo sistema parlamentare e sul quale avevo già discettato
Non credo proprio che andremo incontro a pericoli autoritari, come alcuni allarmisti sostengono. Semplicemente, avremo un organo istituzionale - il Senato - che, se funzionerà, obbligherà i suoi componenti a non fare le cose per le quali sono stati eletti dai cittadini in Comune o in Regione: anche perché il meccanismo studiato è tale che qualunque cosa decida di fare, il nuovo Senato dovrà prima decidere di affrontarla e poi studiarla e votarla il più in fretta possibile. Molto probabilmente, il nuovo Senato non funzionerà: eccezion fatta per coloro che saranno lì per disporre di una vetrina nazionale per la propria carriera politica (come si sa, quello di sindaco è il mestiere più bello del mondo finché non si ha l'opportunità di diventare ministro o presidente del Consiglio), gli altri senatori prenderanno ben presto atto della loro sostanziale inutilità. E fra dieci anni saremo qui a discutere, oltre che del fallimento delle Città metropolitane, anche del fallimento del nuovo Senato delle autonomie.
Insomma, tanto rumore per nulla. Da una parte (quelli che se non si approva la riforma andrà tutto a catafascio) e dall'altra (quelli che se passa la riforma, la democrazia è in pericolo).

Riflessione numero 2
La cosa che Mario Monti prima ed Enrico Letta poi non hanno capito è che noi italiani siamo talmente disperati e la nostra classe politica è talmente screditata che in tema di riforme istituzionali - ossia innovazioni che non incidono direttamente e immediatamente sul nostro portafoglio - non è necessario fare bene, è sufficiente fare.
L'obiettivo non è migliorare il funzionamento delle istituzioni o rendere più democratici e partecipati i processi decisionali: l'obiettivo è approvare una riforma purchessia.
Il valore non è la democrazia o la tutela delle garanzie o la governabilità: il valore è il cambiamento in sé e per sé.
Se poi verrà fuori un pastrocchio epocale, pazienza. E' secondario. Conta che ci sia qualcosa di diverso rispetto al passato e conta comunicare bene, urlandolo ai quattro venti, che c'è qualcosa di diverso rispetto al passato.
Ovviamente, il cambiamento deve essere accompagnato da un battage mediatico che prevede la gogna per chiunque osi mettere in discussione il cammino intrapreso. Anzi, la corsa intrapresa. Ciò è possibile semplicemente spostando l'attenzione dal merito della proposta (il critico dirà: "quel progetto non va bene per quel motivo e quel talaltro: bisognerebbe piuttosto fare così e cosà") all'obiettivo della stessa (il difensore replicherà: "sei un nemico dell'innovazione, vuoi la conservazione e la palude"). 
Fermo restando che tutto andrà fatto in fretta, il più in fretta possibile. La non velocità è nemica del cambiamento, quindi chi non corre è un conservatore rosicone che danneggia l'Italia. 
Chiudo qui perché ho fretta.