giovedì 30 luglio 2015

Cazzari all'assalto della Costituzione

Ho trovato molto interessante il resoconto dell’audizione parlamentare del professor Carlo Fusaro a proposito della riforma del Senato. Pur essendo lui molto favorevole al testo governativo, dà un certo risalto ad alcune questioni sulle quali pure in questo modesto blogghettino insisto da tempo.

Il passaggio che trovo particolarmente significativo è il seguente.
Dice dunque il co. 5 dell’art. 55, «il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali». Questa è dunque la funzione che si assegna al nuovo Senato: non si parla di “rappresentanza territoriale” tout court; non si parla di “rappresentanza regionale” o di “rappresentanza locale”. Si parla di rappresentanza delle “istituzioni territoriali”, delle istituzioni, non dei cittadini, non degli elettori, non dei popoli o altro. Delle istituzioni territoriali. Il modello, del resto evocato in molte circostanze, ancorché poi seguito solo in misura parziale (purtroppo, aggiungo io) è quello del Bundesrat tedesco. (…) Già col testo attuale una critica legittima è quella secondo la quale esiste la possibilità che la rappresentanza delle istituzioni territoriali possa trovarsi in qualche modo in competizione con la tradizionale rappresentanza partitica: con il rischio che la seconda prevalga sulla prima (succede persino in Germania a volte!). Sarebbe dunque un errore introdurre a qualsiasi livello, costituzionale o legislativo, disposizioni che favoriscano la rappresentanza partitica a scapito di quella istituzionale (pur entrambe “territorializzate”). (…) Il punto è che il futuro Senato, al contrario, va pensato come assemblea ristretta assistita da congruo lavoro preparatorio in vista di sessioni lunghe, per esempio, non più di una settimana al mese per otto-dieci mesi, in strettissimo coordinamento oltre che con la Camera per le funzioni cui entrambe continuerebbero a concorrere, con la Conferenza Stato-Regioni e unificata, e naturalmente con i Consigli regionali. Anche questi sarebbero incisi nelle loro modalità di operare: è chiaro che dovrebbero a loro volta (alcuni già lo fanno) concentrare la propria attività specie legislativa, specie deliberativa in un  numero relativamente ristretto di giorni, funzionale a permettere la partecipazione dei propri senatori consiglieri alle attività regionali. Questi a loro volta andrebbero sollevati del tutto da attività meramente istruttorie in sede consiliare, salvo l’esame in fase diciamo ascendente, per mutuare il linguaggio dell’UE, in relazione alla propria attività legislativa in Senato di immediato e diretto interesse per la Regione.

Quali le mie conclusioni?
Confesso di aver sottovalutato l’espressione “rappresenta le istituzioni territoriali” (non credo di essere l’unico) o perlomeno non le avevo dato la stessa interpretazione letterale che le dà il professor Fusaro.
Ma se così è, ai miei occhi il progetto del nuovo Senato appare ancor più pasticciato, e ancor più grave mi appare spacciarlo come un Bundesrat quando non lo è.
Dovrebbe esserlo, per dare coerenza alla riforma (ho già spiegato in passato quali sono le differenze dirimenti): lo stesso Fusaro si rammarica che, a un certo punto, il modello Bundesrat venga perso di vista.
Abbiamo un Senato che “rappresenta le istituzioni territoriali”, ma al tempo stesso ciascun singolo senatore non ha vincolo di mandato e quindi, alla fine, può decidere di votare anche senza rappresentare le istituzioni territoriali. Anzi, questo comportamento potrebbe essere la regola per i senatori all’opposizione. E non si capisce bene i senatori a vita quali istituzioni territoriali rappresentino.
Nota giustamente Fusaro che, affinché possa funzionare in modo decente, il nuovo Senato non dovrebbe essere riunito sempre, ma per sessioni brevi: non più di una settimana al mese per otto-dieci mesi l’anno. Come il Bundesrat (appunto!). Peccato che di questo non si faccia cenno nella riforma. Mi si obietterà che basta inserirlo nel Regolamento di assemblea. Certo, ma se – ne dico una tra le tante – il testo costituzionale prevede che, su richiesta di un terzo dei senatori da farsi entro dieci giorni dalla trasmissione all’Aula, ogni disegno di legge approvato alla Camera può essere esaminato, nei trenta giorni successivi, dal Senato, come è possibile conciliare questa procedura costituzionale con i lavori per sessioni brevi, magari addirittura senza attività di commissione? E non cito, per brevità e semplicità, i casi in cui il Senato sia chiamato a legiferare su leggi elettorali o quelle che richiedono la partecipazione dell’Italia alla formazione e alla attuazione di normative europee.
In altre parole, sarebbe buono un Senato-Bundesrat, ma la riforma costituzionale si ferma al titolo per poi scrivere un componimento che parla d’altro. Va fuori tema, insomma.
Tutto ciò ha pure un’altra implicazione: che una riforma nata per semplificare il funzionamento di una delle Camere e snellire il procedimento legislativo finisce per complicare il primo e confondere il secondo. Alla faccia di quel che dice il Capo dello Stato quando sottolinea che le riforme istituzionali dovrebbero rendere più efficiente il sistema.
Alla base di tutto c’è però un paradosso o, se preferiamo, un’ipocrisia: inserire un organo (il Senato delle istituzioni territoriali) concepito per una struttura regionale, se non addirittura federale, dello Stato in una riforma che, contemporaneamente, interviene anche sul Titolo V della Costituzione accentrando funzioni in capo allo Stato centrale.
Come già detto in passato, non siamo in presenza di progetti autoritari e altre fregnacce del genere. Siamo in presenza di un intervento legislativo pasticciato ideato da politici che pensano prima all’hashtag e alla comunicazione e poi al buon funzionamento delle istituzioni. Politici cazzari – sia pure di talento – che ricoprono ruoli politici e di governo per i quali dovrebbe essere proibito per legge essere cazzari, ancorché di talento.

Tempo due legislature, lo ribadisco, e saremo qui a parlare di nuovo dell’abolizione del Senato o della sua riforma.