giovedì 30 ottobre 2014

Le riforme che non ci furono

In una intervista rilasciata stamani a La Repubblica, il sottosegretario Graziano Delrio dice tutta una serie di cose piuttosto inesatte. Una di queste è la seguente:
"Non c'è stato il coraggio di riformare gli enti locali, la pubblica amministrazione, la giustizia e non è questo il motivo per cui l'Italia è in queste condizioni? La mancanza di decisione ha conseguenze peggiori del non scegliere".
E' una frase che rimanda a uno dei punti fermi della narrazione renziana: per vent'anni il Paese è stato fermo, non son state fatte riforme, soltanto chiacchiere infinite e inutili convegni, ma ora arriviamo noi e facciamo quel che non è stato fatto. Il corollario, accettato da moltissimi, è: "meglio una riforma anche a metà che il niente degli anni appena trascorsi".

Abbiamo accettato questa cosa alla stregua di un ipse dixit aristotelico. Ma è vera?

Enti locali
Nel 1990 viene approvata la legge 142 - poi confluita nel Testo Unico del 2000 (D.Lgs. 267/2000) sugli enti locali - che rivoluziona il modo di intendere e volere di Comuni, Province, Comunità Montane.
Nel 2001 è approvata la legge costituzionale 3/2001 sulla riforma dell'intero Titolo V della Costituzione. L'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Dario Franceschini, che per conto del Governo segue l'iter di approvazione della legge, intervenendo alla Camera dei Deputati il 23 febbraio 2001, spiega che è  "la riforma della Costituzione più ampia e rilevante alla quale il Parlamento abbia messo mano dalla scrittura della Carta costituzionale in poi", nonché "un testo equilibrato che contiene numerose importantissime novità". Per i distratti, si tratta del solito Dario Franceschini che oggi fa parte di un governo che spara a zero sull'immobilismo dei governi passati.

Giustizia
Nel corso della XIII legislatura viene approvata la legge costituzionale 2/1999 sul "giusto processo".
Dal 1990 ad oggi, poi, secondo una stima del Sole 24 Ore, si sugguono ben 47 "provvedimenti legislativi che in modo più o meno incisivo hanno modificato le norme del codice di procedura civile senza in alcun modo intaccare l'arretrato e la lentezza dei processi" (qualcuno ricorda che fino al 2000 esiste la figura del "pretore"?).

Lavoro, Pensioni, Economia
Il governo Amato vara il D.Lgs. 503/1992 che riforma il sistema pensionistico italiano, poi con Dini dal sistema retributivo si passa al contributivo (legge 335/1995) e, successivamente, si interviene con il D.Lgs. 47/2000, con la riforma Maroni (D.Lgs. 252/2005), con la riforma Prodi (legge 247/2007) e, da ultimo, con la riforma Fornero del 2011.
Per quanto riguarda le riforme del lavoro, dico solamente tre nomi: Treu, Biagi, Fornero. A quest'ultimo nome aggiungo una data: 2012. Due anni fa.
Ah, poi, sempre per questa storia delle riforme, ci sarebbe una cosetta approvata con legge costituzionale 1/2012: il pareggio di bilancio in Costituzione.

Potrei andare avanti per chissà quanto - ricordando, per esempio, che siamo l'unico Paese occidentale ad aver modificato per ben tre volte in vent'anni il sistema elettorale, allegramente avviandosi in questi mesi alla quarta versione -, ma il concetto di fondo rimane che dal 1990 ad oggi non abbiamo peccato di mancanza di riforme: al contrario, ne abbiamo fatte troppe a bischero.

In un Paese normale rimettere in discussione un intero titolo costituzionale e un testo unico che riguardano la struttura e il funzionamento degli enti locali soltanto quattordici anni dopo la loro approvazione, sarebbe da folli. Da noi si chiama "riformismo".
In un Paese normale, dopo aver fatto 47 "provvedimenti che modificano le norme del codice di procedura civile senza in alcun modo intaccare l'arretrato e la lentezza dei processi" ci si fermerebbe un attimo a pensare prima di scrivere "meglio fare una riforma insufficiente che non fare niente".

Poi, siccome è vero che questo Paese andrebbe rovesciato come un calzino e che la giustizia civile rappresenta un problema enorme e che la Pubblica amministrazione è indegna di un Paese tra i più industrializzati al mondo e che negli enti locali si annidano centinaia di milioni di euro o addirittura miliardi di euro di sprechi, è ovvio che le riforme vanno fatte. Mi piacerebbe un governo che si prendesse tutto il tempo necessario e anche un anno di più del tempo necessario, ma alla fine partorisse una riforma come si deve, una di quelle che chiude il discorso per almeno venticinque o trent'anni, senza dover nel frattempo tornarci su, magari abbaiando contro l'immobilismo.

(ci sarebbe da aggiungere che è ideologica e novecentesca pure questa contrapposizione tra riformismo insufficiente che è meglio di niente e riformismo "benaltrista", chiamiamolo così: quando leggo certe cose non posso fare a meno di andare con la mente a Turati e a Bissolati, a Grasmci e a Bordiga, a riformisti e massimalisti)