sabato 21 novembre 2009

Il travaglio di Marco

Considero Marco Travaglio un bravo giornalista. Che ha il pregio di fare qualcosa che altri non fanno: per esempio, leggersi le carte giudiziarie. Legge solo quelle dell'accusa, ma è sempre meglio che pubblicare finte informative dei servizi segreti (pratica nella quale sono specializzati altri).

Ogni tanto, però, anche lui si fa prendere dalla passione politica. Per Antonio Di Pietro. E questo lo porta a essere in genere poco o niente obiettivo. Magari usa due pesi e due misure, rinfacciando al Partito Democratico certi comportamenti e sorvolando lietamente quando gli stessi li ha l'Italia dei Valori. Per esempio, quando è Di Pietro a votare insieme al centrodestra - è accaduto, per esempio, sul federalismo fiscale - è bene tacere; quando è il Partito Democratico a proporre un dialogo sulle riforme istituzionali (non a votare insieme: a proporre leggi condivise) giù randellate e accuse di inciucio.

Oggi Travaglio ha scritto questa cosa: "Indimenticabile la scena di due primavere fa, quando il noto senatore di Corleone (Renato Schifani, ndb) fu candidato alla presidenza del Senato e il PD, non trovando uno statista del suo calibro da contrapporgli, si astenne sul suo nome (mentre Di Pietro votava Borrelli) e lo applaudì appena eletto".

In realtà, la storia andò un po' diversamente: il PD votò scheda bianca e l'Italia dei Valori pure. Lo statista del calibro di Schifani non fu trovato dal PD, ma, evidentemente, nemmeno dall'IdV. Che infatti applaudì il neoeletto presidente del Senato al pari degli inciucisti veltroniani.
Quanto a Borrelli non poteva essere votato da Di Pietro né da altri per il semplice motivo che non era, e non è, senatore.

venerdì 20 novembre 2009

Non solo razzismo

Stamani ho letto su Repubblica un servizio da Coccaglio. In particolare, la testimonianza della signora “Monica, l’estetista del negozio accanto”. Dice: “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. E’ razzismo questo?”. Beh, dipende. E il giornalista fa il suo mestiere, chiedendole perché le dà fastidio: “Mi chiede perché? Perché no. Non mi va. Non mi vanno nemmeno i loro genitori”.

Passato il momento di sconforto, ho pensato a quel che mi ha raccontato Tiziana, una mia amica insegnante. Tra i suoi compiti (perché, a quanto pare e con buona pace del ministro Brunetta, ci sono insegnanti che lavorano pure fuori dall’aula) c’è quello di occuparsi dell’integrazione delle famiglie dei bambini albanesi, marocchini, cinesi, romeni che frequentano quella scuola. Nell’ambito di un progetto portato avanti dalla Provincia (di Lucca, così diamo a Cesare quel che è di Cesare), è coadiuvata da due mediatrici culturali, una ragazza albanese e una marocchina, che hanno contattato le famiglie di quelle due etnie. Il loro obiettivo è sviluppare un percorso di integrazione, a partire dall’alfabetizzazione. Infatti, non è detto che se la situazione sociale degli immigrati è quella che è, il motivo sia da ricercarsi nella tendenza criminale. Molto spesso la realtà è più banale: è quella di famiglie che vengono da un borgo sperduto sui monti dell’Albania o da un villaggio dell’entroterra subsahariano e il cui retaggio culturale è, per forza di cose, assai diverso dal nostro di oggi (ma magari non dal nostro, perlomeno in certe zone, di settant’anni fa: peccato essercene dimenticati). E siccome qui si parla di genitori di bambini e ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo, è chiaro che il lavoro delle mediatrici culturali è doppiamente importante. Ma sarà duro, lungo e, temo, non privo di amarezze: non ci sarà soltanto da insegnare la lingua a uomini e donne che magari non sanno nemmeno leggere e scrivere, ma anche da far qualcosa perché gli italiani (le tante, troppe, “estetiste della porta accanto”) abbiano meno pregiudizi.

Ho voluto scrivere di questa piccola esperienza perché mi sembra un segnale di speranza. Un bengala nella notte del "perché no! non mi va!". Tiziana e le mediatrici culturali ci urlano "perché sì! mi va!" e sono loro dalla parte del giusto.
L’immigrazione non è soltanto una questione di ordine pubblico o di permessi di soggiorno da rinnovare e chi non ha adempiuto è un criminale da stanare casa per casa, possibilmente entro Natale. E’ qualcosa di tremendamente complicato e dobbiamo tutti fare un passetto - gli immigrati verso di noi, noi verso di loro - se vogliamo che diventi un'opportunità anziché la fiera del pregiudizio e dell'ostilità.

giovedì 19 novembre 2009

No comment / 2

Milano, la Milano capitale morale d'Italia (una volta!) ha assegnato l'Ambrogino d'oro ai vigili della squadra della polizia locale che cerca gli immigrati senza regolari documenti per il soggiorno in Italia sui mezzi pubblici, li carica su speciali pullman con le grate sui vetri e questi, una volta pieni, scortati da quattro volanti a sirene spiegate, conducono questi pericolosissimi criminali alla centrale di polizia.

Dopo aver letto una notizia del genere, mi si sono accavallati una serie di pensieri nella mia testa. Tante tante da dire. Però non riesco a trovarne una appropriata. E' qualcosa di troppo avanti, di troppo culturalmente diverso, di spiazzante per la mia pur fervida immaginazione. Ma cosa voglio commentare?

Vado a far cena o a leggere un libro che è meglio.

mercoledì 18 novembre 2009

A cosa serve un crocifisso al muro

Stamani ho letto questa notizia. La prima cosa che mi ha indignato è la vanità (sia nel senso che è vana, inutile, infondata; sia nel senso dell’eccessivo e fatuo narcisismo autoreferenziale che l’ha ispirata) dell’iniziativa: se non ci sono problemi di criminalità in paese – e comunque non imputabili a cittadini extracomunitari – perché prendersela tanto con loro?
La seconda questione che mi ha urtato è il richiamo al cristianesimo. E quelle parole del sindaco: “ho studiato dai salesiani, domenica sono andato dal Papa”.
Io non sono un teologo e la mia fede è quella che è, però se fossi Ratzinger o il capo della Cei o anche soltanto il vescovo di Brescia mi incazzerei di brutto.

Anzi, farei di più.
Mi metterei la tonaca buona, indosserei la stola, mi porterei dietro il breviario - insomma, in alta uniforme per dare maggiore importanza al gesto - e andrei nelle scuole di Coccaglio a togliere tutti i crocifissi dai muri.
Perché quel crocifisso non ci sta a significare niente sulla parete se le persone che lo guardano, o lo difendono, poi si dimenticano il motivo per cui quell’uomo è finito in croce. Gesù per alcuni è il Cristo e per altri no, ma se è stato ucciso in quella maniera atroce è comunque (e questa è storia, non religione) perché in vita diceva cose sconvolgenti e rivoluzionarie per l’epoca. Addirittura osò dire “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma ci rendiamo conto di quale bestialità fu capace?
Un giorno raccontò che quando moriremo il Padreterno ci dirà: “ero nudo e mi hai vestito, ero affamato e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere...”. Noi, spaesati, gli chiederemo: “no, scusa... quando sarebbe successa questa cosa?” “Tutte le volte che lo avete fatto sulla terra a qualche persona”, risponderà Lui.
Nostro Signore non ci chiederà “quanti crocifissi al muro hai difeso?” e nemmeno “quante volte hai assistito alla messa del Papa?” o “boia dè, che per caso hai mica studiato dai salesiani o dalle dorotee?”. No, ci chiederà una cosa un po’ più difficile: se abbiamo amato. Ed è per questo, a quel che ho capito, che Gesù se la prendeva tanto con i farisei. Perché loro erano quelli che rispettavano alla lettera i comandamenti e le prescrizioni, non facevano più di tot passi il sabato e si lavavano secondo gli antichi riti, rispettando e difendendo la tradizione come e più dei leghisti di oggi, però poi avevano il cuore arido e quindi tutte le loro fatiche non servivano a niente.

(sull'argomento anche la sempre puntuale e intelligente Lucia)

martedì 17 novembre 2009

Manifestazione sì, manifestazione no

Ora c’è questa storia della manifestazione del 5 dicembre. Il “No Berlusconi day”. Critiche al Partito Democratico perché è titubante, aderisce, ma forse no; non aderisce, ma chi lo sa se poi…

Allora, io vorrei cercare di inquadrare la faccenda in maniera un po’ razionale.
Il Partito Democratico, a forza di congressi e primarie, ha perso un sacco di treni. L’ultimo dei quali è stato quello di promuovere una bella manifestazione di piazza. Di argomenti ce ne sarebbero stati a iosa: uno scudo fiscale che, come ha detto l’altra sera a Report un esperto, avvantaggerà comunque gli speculatori e non chi investe in economia reale; il lavoro; la scuola; la giustizia; la democrazia. C’era solo l’imbarazzo della scelta, ma i tempi del Partito Democratico non sono i tempi della politica e qualcuno è stato più veloce. Civati aveva provato a smuovere qualcosa, ma è stato un po’ il Giovanni Battista della situazione, una voce che grida nel deserto (per quanto convocare con due giorni di anticipo manifestazioni da tenersi alle 18 di un giorno feriale significa tirarsi una bottigliata sugli zebedei).
Il partito non si è mosso, lo hanno fatto altri, dal basso, grazie al social network e questo aspetto può aprire interessanti riflessioni, sia sul ruolo della società civile, che su quello dei partiti. A quel punto lì, comunque, Bersani o chi per lui deve scegliere: ci va in piazza il 5 dicembre insieme a compagni di viaggio che conosce solo in parte, a un corteo organizzato da altri? E qui il discorso si fa più complicato.

Io non ho dimenticato la manifestazione di piazza Navona a luglio 2008. E già pavento come potrebbe andare a finire anche questa. Un calderone di sigle e bandiere e gruppi e movimenti tra cui: il Cobas che contesterà l’esponente piddino presente al corteo, accusandolo di essere complice di Berlusconi (seguiranno polemiche); il non-più-ragazzotto dei centri sociali che, in compagnia di altri tre non-più-ragazzotti, daranno fuoco a un manichino di paglia che raffigura Berlusconi, prontamente ripresi dalle telecamere dei tg Raiset; il gruppetto di ultrasinistra (qualcosa tipo “LPAML Lavoratori Proletari per l’Affermazione del Maoismo-Leninista” o altre sigle del genere, formate da un tizio di Sesto San Giovanni, la sua fidanzata, l’amico d’infanzia e una di Bovalino emigrata lassù quindici anni fa) che, armato di megafono sull’Apecar, griderà slogan inauditi. Poi, sul palco, parlerà un tizio e dirà cose giuste e vere su Berlusconi che calpesta la democrazia e vuol mettere la mordacchia ai giudici. Dopo di lui parlerà un altro tizio che, per distinguersi, alzerà un po’ i toni e ricorderà la tessera piduista, lo stalliere mafioso e i reali motivi della presenza al governo della Carfagna e della Brambilla. Quindi, sarà la volta di un terzo oratore che, visti esauriti gli argomenti contro il presidente del Consiglio, per guadagnarsi il trafiletto sul giornale tirerà in ballo la complicità del PD con il PdL, ma anche questo sarà un argomento già ampiamente sviscerato nei giorni precedenti (vedi dichiarazioni odierne di Di Pietro); e allora vai con l’inerzia di Napolitano e, buon ultimo, con il Papa, che non c’entra un piffero, ma che in un contesto del genere se lo critichi i tuoi applausi li prendi e il giorno dopo tutti parlano di te.
Ecco, chi dice che il Partito Democratico fa male a non aderire alla manifestazione dovrebbe prima rispondere a una domanda: quante probabilità ci sono che la manifestazione del 5 dicembre non prenda questa piega? Se le probabilità sono inferiori al 50%, le critiche al Partito Democratico sono assolutamente fuori luogo.

Inoltre – e questo davvero è un vizio della sinistra che non impara mai dai propri errori – è dimostrato, appurato, acclarato, che buttarla sul personale, quando c’è di mezzo Berlusconi, è controproducente. Nella migliore delle ipotesi (ma giusto giusto la migliore) ti sorbisci una campagna di stampa sull’antiberlusconismo portata avanti dal più diffuso quotidiano italiano e da cinque dei sei principali telegiornali nazionali più Bruno Vespa. Regola aurea della comunicazione e del marketing è che il messaggio può essere negativo solo se estremamente popolare (“no tax day”: chi non vorrebbe pagare meno tasse?); qui, per quanto possa essere giusta la motivazione, si propone un messaggio in negativo (“no Berlusconi day”) contro una persona che, volenti o nolenti, gode di stima e consenso incondizionato da parte di almeno dieci milioni di italiani, la stragrande maggioranza dei quali lo reputano non un semplice uomo politico, ma un Eroe. Anzi, l’Eroe. Insomma, con una manifestazione del genere al massimo, se proprio ti va bene, puoi compattare i tuoi, quelli già belli convinti, ma non porti dalla tua parte una persona che sia una dallo schieramento avverso. Tanta fatica per nulla, insomma. Vuoi fare una manifestazione decente? Trova un tema, uno solo (l’ho detto all’inizio: c’è solamente l’imbarazzo della scelta), e su quello ci lavori, con tutti gli slogan che ti pare, anche forti e cattivi.
Trovo quindi ragionevole e non da primo della classe l’atteggiamento di Bersani: dicano, gli organizzatori, quali sono le parole d’ordine della manifestazione, dopodiché si vedrà. Ma, aggiungerei io, con un paletto ben preciso: a quel punto lì, se il Partito Democratico deciderà di partecipare, non potrà limitarsi a quello. Dovrà parlare e parlare e ancora parlare con gli organizzatori originari, prendere in mano l’organizzazione, cominciando dal servizio d’ordine e dal potere di veto riguardo a chi andrà sul palco. Perché una testa calda che piscia fuori dal vaso fa più danni di un milione di saggi che manifestano pacificamente, ancorché duramente, contro la politica di un riccastro che un giorno decise di risolvere i suoi personalissimi problemi creandone di nuovi a sessanta milioni di concittadini (questa l’ho già scritta… ma mi sembra ancora la definizione più adatta per definire l’attuale presidente del Consiglio).

P.S. – Per non smentire sé stesso, intanto, Di Pietro ha già intonato il ritornello a lui più caro: il PD non aderisce alla manifestazione, ergo è alla stessa stregua di Berlusconi. L’effetto è mediaticamente interessante: da un lato il leader dell’Italia dei Valori dovrebbe essere lieto della non partecipazione di altri, perché potrebbe rivendicare a sé coloro che partecipano. Per rimarcare di più l’assenza, attizza la polemica. Ma, così agendo, sposta l’attenzione da Berlusconi a qualcun altro. E chiude il cerchio, perché – per assurdo – finisce che invece di prendersela con il presidente del Consiglio se la prende con l’opposizione, facendo un piacere (immeritato) a chi, in teoria e solo in teoria, dice di contestare.

lunedì 16 novembre 2009

Il falso mito presidenzialista

I grandi fans del sistema presidenziale, quelli che pensano basti un cambiamento della forma di governo per risolvere tutti i problemi italiani, dovrebbero guardare con maggiore attenzione a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Il presidente Obama sta tribolando non poco per imporre la riforma del sistema sanitario ed è dovuto scendere a compromessi con la Cina sulle emissioni di Co2. In entrambi i casi, la motivazione è che il Parlamento non ha i numeri per approvare le leggi che il presidente vorrebbe.
Già. Quel che i sostenitori del presidenzialismo non ci dicono è che in quel sistema c’è una netta e vera separazione dei poteri, in particolare tra esecutivo e legislativo. E, anche se le Camere hanno una maggioranza favorevole al Presidente, non necessariamente sono disposte ad approvare le leggi che lui vorrebbe.
In Italia, però, siam fatti così. Ci piace semplificare. Anzi, banalizzare. Come liberalismo da noi non significa “regole di partenza uguali”, ma “possibilità di fare il cazzo che ci pare”, così presidenzialismo non vuol dire “separazione dell’esecutivo dal legislativo”, ma “possibilità per chi guida il governo di portare avanti il programma che vuole”. E temo che quest’ultimo assunto da noi sia inteso da troppi come “possibilità per chi guida il governo di fare il cazzo che gli pare”.

Quando la realtà supera la fantasia

Per mio divertimento personale, un paio di settimane fa avevo inviato al blog Pazzo per Repubblica, una sorta di Esercizio di Stile alla Queneau. Ossia, lo stesso evento (un'improbabile presentazione di Windows) come lo avrebbero trattato alcune delle firme di Repubblica. La cosa aveva riscosso un certo successo, tant'è che addirittura un noto giornalista sportivo torinese del quotidiano aveva suggerito di farne una rubrica periodica, prendendo di mira ogni volta un autore. Così sono andato avanti, finché un commentatore ha a sua volta proposto di imitare uno degli editorialisti cerchiobottisti del Corriere della Sera.
Dunque, venerdì scorso mi sono dilettato in un finto Angelo Panebianco. Pensavo di avere esagerato, di aver fatto la classica "pisciata fuori dal vaso" perché va bene lambiccarsi la cervice per giustificare le berlusconate, salvando le apparenze per vantarsi di essere "terzisti", ma a tutto c'è un limite. Pensavo. Di avere esagerato. Poi, ieri, ho letto l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia. E no, non ho esagerato. Purtroppo, no.