venerdì 9 settembre 2011

I problemi nella loro giusta dimensione

Giorgio Napolitano ha altro da fare che leggere questo blogghettino. Mi fa quindi particolarmente piacere quel che ha detto ieri su antipolitica e riforme costituzionali, perché ricalca quel che ho scritto ripetutamente nelle ultime settimane.
Aggiungo qualche altra considerazione.
Se da un lato è vero che è la politica a generare l’antipolitica (basti pensare alla tenacia con cui i parlamentari difendono assurdi privilegi), dall’altro è la superficialità del dibattito impostato dai media ad alimentarne la crescita.

C’è stato un momento, tra luglio e agosto, che sembrava che il problema dell’Italia fosse l’esistenza delle Province, che se il debito pubblico è esploso fosse colpa delle Province, che la vera Casta si annida nelle Province e, insomma, per risolvere tutti i problemi di bilancio fosse sufficiente abolire questo cavolo di Province. Nessuno di quei pasdaran era però in grado di dire quanto si risparmiasse esattamente (e perché) dall’abolizione di tali enti, ma era una corsa a sparare cifre, spesso ad minchiam e sempre più alte e mirabolanti. Inoltre, sembrava che potessero essere abolite così, dall’oggi al domani e, già nella nottata tra oggi e domani, conseguire quei risparmi di spesa che ci avrebbero fatto azzerare il deficit.
Insomma, è evidente quanto un problema vero sia stato banalizzato. Lo stesso dicasi per tanti altri che, di volta in volta, sono saliti alla ribalta negli ultimi mesi: dall’imposta patrimoniale alle utilities, dalla legge elettorale al numero dei parlamentari, dalla riforma dell’articolo 41 della Costituzione al pareggio di bilancio.
Un’altra conseguenza di questa superficialità è che si procede come se fossimo di fronte a delle mode. Ora è in voga l’abolizione delle province, un anno fa sembrava che il problema prioritario degli italiani fossero le auto blu (a proposito: che fine hanno fatto?). Porto due esempi abbastanza lontani tra loro, ma che sono emblematici del modo che abbiamo di discutere la politica, soprattutto a sinistra (ché a destra si procede per canoni completamente diversi: ci vorrebbe un sociologo e di quelli bravi, anche). Due anni fa, Beppe Grillo andò in Senato a presentare il proprio progetto di legge di iniziativa popolare. Parlò, alla sua maniera, del Parlamento pulito, dei due mandati e – trascrivo i resoconti del Senato – “infine, sottolinea l'opportunità di reintrodurre il voto di preferenza”. Due anni fa il voto di preferenza era un argomento da lasciare in fondo, buon ultimo, e la sua reintroduzione era “opportuna”. La priorità era altro. Non so cosa sia successo in questo biennio, perché a me i parlamentari sembrano i soliti e così i problemi da affrontare, però oggi il voto di preferenza da semplicemente opportuno è diventato la conditio sine qua non di qualsiasi riforma elettorale (intendiamoci: lo è, conditio sine qua non, ma non da oggi). E’ la tendenza del momento e non importa se, in abbinamento alla diminuzione dei parlamentari e all’uninominale (altra cosa assai in auge), poco cambierebbe rispetto alla situazione attuale nel rapporto partiti-elettori-eletti. Questa smania di prendere un filone e seguirlo finché non passa di moda investe non soltanto i temi, ma pure i protagonisti. Prendiamo il caso di Matteo Renzi. Fino a un anno fa di questi tempi era il simbolo del nuovo che avanza, quello che ha le palle di criticare Bersani e Rosy Bindi (wow, coraggioso il ragazzo, e pure originale!). Poi un giorno ha commesso un errore fatale. E’ andato ad Arcore anziché a Palazzo Chigi e, improvvisamente, abbiamo scoperto come la pensa sulle pensioni, sulla riforma del lavoro e sulle liberalizzazioni: dalla sera alla mattina, il sindaco di Firenze da esempio da acclamare e seguire, è diventato per molti una sorta di paria, un avamposto del centrodestra in seno al PD, un berluschino arrivista e reazionario di cui diffidare.

Banalizzazione continua e adeguamento alla tendenza del momento, dunque, sono le due peculiarità su cui si regge buona parte del dibattito mediatico-politico, specialmente tra le file di chi non vota Berlusconi (o dichiara di non votarlo). Attenzione, perché così facendo i problemi ci sembra di affrontarli, ma in realtà restano lì, irrisolti (nel caso ci fossero dubbi, basta leggere le cronache finanziarie di queste ore). E noi pronti a cascare nelle mani del demagogo o del trombone di turno.

6 commenti:

  1. "Giorgio Napolitano ha altro da fare che leggere questo blogghettino. Mi fa quindi particolarmente piacere quel che ha detto ieri su antipolitica e riforme costituzionali, perché ricalca quel che ho scritto ripetutamente nelle ultime settimane."

    Considerato che Napolitano può superare Kossiga come peggior presidente della repubblica della storia italiana hai proprio da essere fiero.

    Davide

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  2. @ Davide

    Al di là del fatto che se una persona ha detto una cosa giusta questa va oltre il giudizio complessivo sulla persona, sai spiegare per quale motivo Napolitano sarebbe il peggior presiente della repubblica?

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  3. Non ho particolare simpatia per Napolitano. Ma neppure antipatia. Mi associo quindi alla richiesta qui sopra.

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  4. Arrivo tardi su questo blog e forse ho perso gli altri dibattiti, ma a mio parere il fatto è che negli ultimi anni c'è molta gente che in toni e ragioni diverse è stufa di subire una non-politica. Protagonista è la frustrazione di non vedere in nessun schieramento politico, un progetto di sviluppo vero, un'unità di intenti. Mi fa un po' paura che una vera alternativa a Berlusconi non si sia trovata. Bersani sarebbe un buon premier, ma il centro sinistra non è unito, sui primi temi scottanti si sfalderebbe anche avendo una maggioranza numerica piu forte del Prodi 2006.
    OPI

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  5. @ OPI

    Già, hai centrato il punto. La gente è stufa di subire una non-politica. Il problema è che poi si tuffa nell'antipolitica che ha i difetti di cui ho parlato nel post. Se si tuffa, forse, è proprio per i motivi che dici tu. E diventa un circolo vizioso, un loop, insomma una roba da cui non se ne esce.

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  6. @Feliciano,

    è un caso che abbia tirato nuovamente fuori Renzi dal cassetto, dopo la lunga discussione qualche post fa? ;-)

    Sono comunque d'accordo su quello che osservi. Posso solo dire che sul piano della critica all'attuale sistema politico sono d'accordo al 100% con Renzi, invece quando ha provato a fare qualche passo, qualche discorso sulle cose concrete, per esempio sul sindacato e sulla Fiat, per ora sembra stare sulle orme di B.

    PS: In realtà con la parola antipolitica i nostri papaveri ci giocano, facendo finta di non capire che si tratta di una legittima contestazione che viene da tutti i cittadini che chiedono un cambio di passo e risposte concrete ai mille problemi del paese. Una contestazione che è sempre più inascoltata da chi ci dovrebbe rappresentare e quindi il termine più adeguato dovrebbe essere anti-questi-politici oppure anti-questo-modo-di-fare-politica.

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