giovedì 19 gennaio 2012

I luoghi comuni (infondati) di Angelo Panebianco

Oggi, forzando un po’ la mia voglia di editoriali cerchiobottisti, mi sono letto il pippone di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera dedicato alla legge elettorale.
L’illustre politologo, assieme a considerazioni certo ragionevoli e condivisibili, inserisce alcune conclusioni che, forse dettate dall’ideologia (tutti ne abbiamo una, inutile nasconderci dietro un dito), ricalcano luoghi comuni.

La prima è che il sistema elettorale proporzionale produca “un effetto marmellata, una condizione permanente di confusione e precarietà”. In realtà, non è detto che sia così e ci sono sistemi proporzionali che non producono alcun effetto marmellata e alcuna precarietà. Come ho avuto altre volte modo di accennare, in realtà bisogna guardare i dettagli perché con il termine “proporzionale” si indica una serie tanto ampia di sistemi diversi che è come dire che un allenatore di calcio fa giocare a zona la sua squadra anziché a uomo. In Spagna, per esempio, ogni collegio ha un numero di seggi così ridotti che per entrare in Parlamento le liste devono avere almeno un 20-30% di voti espressi in ogni circoscrizione; e, grazie anche a questo accorgimento (ma non solo), i governi iberici sono tra i più stabili in Europa: Zapatero sette anni al governo, Aznar otto, Gonzales quattordici, Suarez quattro.


La seconda considerazione infondata è relativa all’idea che sia stato uno sbaglio inserire un sistema elettorale maggioritario in un tessuto istituzionale pensato dai padri costituenti in un periodo in cui “i governi, nati da accordi parlamentari, avevano legittimazione debole e precaria”. A parte il fatto che nel 1947 ancora non si sapeva che i governi italiani si sarebbero caratterizzati per instabilità, mi si dovrebbe dire quale degli organismi non è adeguato o quale delle procedure. Tolto il bicameralismo perfetto (che casomai è particolarmente inefficiente con un proporzionale puro come quello che avevamo fino a vent’anni fa e non con il maggioritario o i sistemi misti adottati più di recente), tutte le altre istituzioni sono neutre rispetto al sistema elettorale. Temo che si confonda quest’ultimo con la forma di governo e che si pensi che il sistema maggioritario si coniughi soltanto con una forma di governo presidenziale. Però è strano che a fare questa confusione sia un docente universitario editorialista da prima pagina del quotidiano più diffuso d’Italia.

Infine, terzo errore di Panebianco è pensare che siano soltanto gli estremisti a far danni, “persone alla perenne ricerca di una leva per rovesciare il tavolo”. Io guardo all’esperienza di questi anni. A rovesciare il tavolo con leve pretestuose sono stati personaggi talvolta insospettabili e solitamente considerati moderati: o ci siamo già dimenticati dei comportamenti di Willer Bordon, di Lamberto Dini, di Pierluigi Mantini nella precedente legislatura? E cosa dire, in questa legislatura, di Gianfranco Fini e Benedetto Della Vedova? Sono da considerare tra gli estremisti?

Insomma, ancora una volta: mai fidarsi dei luoghi comuni quando si parla di sistemi elettorali.

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