giovedì 3 gennaio 2013

Ichino che va, Dell'Aringa che viene

Ieri mattina Monti ha detto, alla radio, che “Vendola e Fassina vogliono conservare, per nobili motivi e in buona fede, un mondo del lavoro cristallizzato, iperprotetto rispetto ad altri Paesi. Io sono per avere in Europa una tutela ancora più avanzata dei lavoratori, ma con condizioni che favoriscano la crescita dei posti di lavoro”. 
Una frase che mette in risalto la questione del mercato del lavoro, della riforma attuata dal governo nel 2012. E, coincidenza o meno che sia, giusto ieri il Partito Democratico ha annunciato che candiderà Carlo Dell’Aringa, economista esperto in dinamiche del lavoro, a suo tempo collaboratore di Marco Biagi, già dotato di scorta perché per le sue idee ha rischiato assai e che non scrive sull’house organ della Cgil, ma sul quotidiano della Confindustria. 
Ecco alcuni dei concetti che ha messo nero su bianco proprio sul Sole 24 Ore nell’ultimo anno. 

Fiat e relazioni sindacali 
Gli investitori internazionali e i mercati apprezzano, tra le altre cose, anche un clima di relazioni sindacali un po’ meno conflittuale e un po’ più partecipativo di quello che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni. In questo quadro che si sta delineando, l’uscita della Fiat da Confindustria non è certo un bel segnale”. 
04.10.2011 

I sindacati 
Lo scambio, come è giusto che sia, è tra flessibilità e salario. Il sindacato italiano deve prepararsi a un cambiamento di regime che, di fronte a una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, non è più dilazionabile” 
14.12.2011 

Ammortizzatori sociali 
Accanto al sussidio in costanza di rapporto di lavoro (Cig) e al sussidio di disoccupazione, manca il sussidio di ultima istanza, di tipo assistenziale, riservato a coloro che, disoccupati, sono in condizioni di bisogno e non hanno i requisiti per avere il sussidio ordinario (spesso per avere esaurito la durata massima)” 
24.03.2012 

Esodati 
Forse varrebbe la pena utilizzare le risorse che domani saranno necessarie per sostenere il reddito dei lavoratori anziani (senza lavoro e senza pensione) in modo diverso e più efficiente. Anticipando il loro utilizzo a oggi, impiegando per la riduzione del cuneo fiscale che potrebbe accelerare quella creazione di posti di lavoro che, altrimenti, continuerà a essere il punto dolente del nostro sistema economico per lungo tempo”. 
30.03.2012 

Nuove forme di welfare 
Le stesse forme di welfare aziendale vengono agevolate (e in misura significativa) in diversi Paesi. Con agevolazioni fiscali che vengono calibrate in relazione al tipo di servizio e di aiuto offerti e in relazione alle caratteristiche dei destinatari degli interventi (distinguendo tra i vari tipi di bisogni). Spesso tutte queste misure danno luogo a maggiore occupazione e anche di buona qualità.L’aiuto fiscale, infatti, è spesso subordinato all’accreditamento delle strutture fornitrici dei servizi e un utilizzo di forme di lavoro stabile e adeguatamente retribuito. In definitiva, le poche risorse pubbliche disponibili vengono utilizzate come leva per moltiplicare gli effetti in termini di welfare e di occupazione” 
21.05.2012 

La riforma del lavoro del governo Monti 
E’ giusto che vi siano limiti di flessibilità sotto i quali non è possibile andare, così come ci devono essere livelli salariali sotto i quali non è dignitoso e giusto scendere. Ma se in periodo di crisi si alza l’asticella, può succedere che i giovani che avranno un lavoro dignitoso siano molto meno di quelli che il lavoro non l’avranno per niente e che l’asticella la vedranno da molto lontano. Qualche aggiustamento delle norme che tenga conto di questa situazione sarà benvenuto” 
04.07.2012 

Combattere la disoccupazione 
I rimedi necessari dovranno seguire due direzioni. Da un lato attuare investimenti diretti ad aumentare produttività e qualità dei nuovi posti di lavoro e dall’altro orientare i giovani per indirizzarli e prepararli a occupare i posti che si renderanno disponibili” 
05.11.2012 

Precarietà da riforma 
Se il sistema economico non mette in campo i meccanismi di aggiustamento (micro e macro economici) necessari per assorbire l’aumento dell’offerta di lavoro (dei lavoratori anziani), questa si trasforma in aumento della disoccupazione (dei giovani). Le norme del diritto del lavoro possono fare ben poco se l’economia non crea posti di lavoro aggiuntivi” 
01.12.2012

7 commenti:

  1. se dell'aringa prosegue sulla strada a suo tempo avviata con biagi, è incompatibile con fassina. quella strada portava dritta alle proposte di ichino. se invece dell'aringa si adegua alle idee di fassina, i richiami a biagi sono acqua fresca

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  2. http://www.ilfoglio.it/cerazade/2862
    ed è un peccato che bersani abbia capito poco (o finga di) le posizioni di fassina, che non sono "austerità + crescita" (quello a parole lo vogliono tutti) ma rifiuto a prescindere dei meccanismi di mercato e flessibilità applicati al mondo del lavoro. Posizioni legittime, intendiamoci, ma lasciamo stare Biagi

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    1. Avrai forse ragione, ma su Biagi c'è un enorme equivoco di fondo che è diventato, ovviamente, una pregiudiziale sulla sua riforma: il fatto che questa è stata applicata solo parzialmente e solo per la parte relativa alla flessibilità che, in assenza degli ammortizzatori sociali adeguati (che mi risulta Biagi ritenesse necessari), è degenerata in sola ulteriore precarietà.

      E' chiaro che, davanti ad una riforma incompleta e fatta solo a detrimento dei lavoratori questi abbiano qualche legittima perplessità quando gli si propone nuova "flessibilità" subito ed ammortizzatori dopo. Forse. Ma anche no, visto che partendo dalla riforma Treu e passando a quella Biagi il trend non è cambiato: gli ammortizzatori non sono arrivati.

      Quindi diciamoci per bene di quale riforma Biagi stiamo parlando: quella incompleta già messa in campo e penalizzante per i lavoratori o quella che avrebbe dovuto essere. Perchè le risposte di lavoratori e sindacati sarebbero diverse, presumo.

      Resta poi da capire se comprimere continuamente salari e potere d'acquisto dei lavoratori sia intelligente (specialmente in uno Stato dove sono loro quelli che generano i maggiori introiti fiscali), oppure se sia l'ennesimo tentativo di far stare a galla un sistema imprenditoriale che da decenni ha scelto in sue ampie parti di non fare ricerca, non innovare, non investire...

      Ciao

      Paolo

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    2. cosa c'entra la riforma biagi con la compressione dei salari? a me sembra che sia semmai la regolamentazione difesa dalla cgil ad aver prodotto il paradosso di un paese con salari relativamente bassi che non riesce ad attrarre investimenti produttivi

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    3. @ enrico:

      "cosa c'entra la riforma biagi con la compressione dei salari?"

      Finchè i contratti meno stabili e garantiti saranno mediamente retribuiti molto meno di quelli più stabili e garantiti (come avviene in Italia) continuerò a pensare che la riforma che li ha introdotti abbia una correlazione con la compressione dei salari. Resto in attesa di prova contraria.

      E finchè queste riforme del mercato del lavoro permetteranno di cercare di tenere a galla imprese troppo spesso microscopiche, decotte ed arretrate unicamente tagliando i costo della manodopera senza investire in innovazione, ricerca, sviluppo, ... il nostro destino sarà di diventare sempre più poveri ed arretrati.

      Ciao

      Paolo

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    4. ti sbagli di grosso:
      - la riforna biagi non ha creato i contratti di lavoro meno stabili, ha solo cercato di regolarizzarli ed estendere ad essi una parte delle coperture sociali. quello che ha creato i contratti di lavoro meno stabili è stata la rigidità dei contratti di lavoro tradizionali (quelli "stabili"): tutte le indicazioni provenienti dai fatti, e in particolare dalle esperienze estere più avanzate (leggi nord europa) vanno in questo senso. i sindacati danesi e tedeschi lo hanno capito 15 anni fa, i nostri sono ancora lungi dall'arrivarci
      - le imprese in italia sono sempre state di dimensioni mediamente molto ridotte, prenditi una qualunque serie storica di bankitalia e verifica. i recenti tentativi di riforma del mercato del lavoro su questo incidono poco o nulla, ma semmai in senso inverso a quello che tu credi: se la maggiore dimensione induce rigidità, diventa meno conveniente crescere. comunque sul motivo per il quale le aziende italiane faticano a crescere bisognerebbe aprire una discussione a parte, c'entrano molto (secondo me) la mancanza di cultura imprenditoriale e un sistema fiscale che ha storicamente sfavorito il reinvestimento degli utili. sta di fatto che gli imprenditori tedeschi mediamente reinvestono, quelli italiani appena possono tirano fuori i soldi dall'azienda e comprano immobili (o li fanno comprare dall'azienda medesima)

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    5. Mi sbaglio di grosso, ma la riforma Biagi ha aggiunto ai co.co.co. della riforma Treu altre (e più praticate) forme contrattuali precarie, quali i co.co.pro., e quanto alle coperture sociali, se ci fossero, il precariato non sarebbe un problema. Invece...

      La riforma Biagi non ha solo regolamentato: ha esteso il precariato. Ed i dati storici sui contratti atipici mi pare abbiano qualche difficoltà ad essere interpretabili in altro modo.

      Le "riforme" del mercato del lavoro che hanno avuto come effetto quello di ridurre le retribuzioni della mano d'opera hanno offerto agli imprenditori l'opportunità di percorrere quella via per restare a galla piuttosto che investire nel rimmovamento delle loro aziende. Poi potremo raccontarci che anche questo è colpa dlla CGIL, ma io un po' di colpa degli imprenditori e di chi gli libera le mani in tal senso la vedo...

      Ciao

      Paolo

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