domenica 20 gennaio 2013

Il programma del PdL: in pratica, un remake

Dopo il programma del Partito Democratico mi sono letto pure quello del Popolo delle Libertà. E’ lo specchio di un fallimento: molte delle promesse sono le solite fatte cinque anni fa. Cito in ordine sparso: abolizione dell’Irap, detassazione del salario di produttività, riduzione della pressione fiscale, vantaggi fiscali per nuova imprenditoria giovanile, riduzione dell’Iva sul turismo, revisione della legge 180 del 1978, attuazione del giusto processo, responsabilità civile dei magistrati, piano di riscatto degli alloggi pubblici da parte degli inquilini, introduzione del quoziente familiare nel sistema fiscale, investimenti in asili nido e tante altre cose ancora. 
Come se nel 2008 il PdL non avesse vinto le elezioni, come se per i primi ventiquattro mesi non avesse governato con la maggioranza più solida nella storia della Repubblica e con un’opposizione parlamentare allo sbando. 
Due aspetti, poi, trovo interessanti nel programma del PdL e riguardano entrambi il rapporto con il suo alleato Lega Nord. 
Il primo è il consueto dazio pagato a Bossi e Maroni. Stavolta prevede che il 75% del gettito tributario complessivo degli enti locali rimanga nel territorio regionale. Cinque anni fa c’era una cosa simile, ossia l’approvazione a livello nazionale delle norme di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione deliberata dal Consiglio regionale lombardo, che prevedeva che l’80% dell’Iva e delle accise rimanesse sul territorio. Non lo hanno fatto quando erano al governo del Paese, ora lo ripropongono e i leghisti probabilmente ci crederanno ancora. Perché loro sono furbi, mica si fanno infinocchiare da Berlusconi. 
Il secondo aspetto interessante è che la Lega Nord vuole riordinare le province, ma senza abolirle. Il programma del PdL, invece, le vuole abolire del tutto. Sarei curioso di vedere come la risolverebbero in caso di vittoria elettorale.

1 commento:

  1. Di tutte le proposte fatte dai partiti ce ne è una che è alla base della realizzabilità di tutto il resto: la politica europea. Ti segnalo un passo dell'articolo di Munchau sul FT:

    Come gli altri paesi meridionali della zona euro, l'Italia si trova di fronte a tre opzioni. La prima è quella di rimanere nell'euro e accollarsi da sola il peso di una piena regolazione, sia da un punto di vista economico, in termini di costi del lavoro e inflazione, sia da un punto di vista fiscale. La seconda opzione è di rimanere nella zona euro, subordinata a un piano condiviso tra paesi creditori e debitori. La terza opzione è di lasciare l'euro. I successivi governi italiani hanno provato una quarta opzione: restare nell'euro, concentrarsi a breve termine solo sul risanamento dei conti pubblici, e attendere.

    La differenza fra PD e PDL è che il PDL dice "voglio la seconda opzione, ma, se non la ottengo, sono disposto a passare alla terza". Il PD invece dice: "voglio la seconda opzione, ma, se/finché non la ottengo, praticherò la prima. E in ogni caso escludo la terza".

    Ovvero: il PD dice che confida che la Germania acconsenta spontaneamente a fare ciò che sinora si è rifiutata di fare: in pratica trasferire soldi ai paesi mediterranei. Il PDL dice invece che per convincere i tedeschi l'unica possibilità è ricattarli minacciando l'uscita dell'Italia dall'Euro.

    Giudica te quale dei due atteggiamenti ha maggiori possibilità di riuscire.

    Nel frattempo praticare la prima opzione significa dare un'altra mazzata all'economia del paese.

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