Nel maggio 1923 quel genio visionario che è Piero Gobetti scrive:
“Si potrebbe cercare, senza intenzione riposta d’arguzia, la più grave deficienza del liberalismo italiano nella lunga mancanza di un partito politico francamente conservatore. Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico”.
In Regno Unito, in Germania, in Francia i liberali si organizzano nel corso dei secoli, in linea di massima, in due formazioni: una più conservatrice, l’altra più radicale o riformista. Tories e whigs (i tories briganti irlandesi cattolici, i whigs briganti scozzesi presbiteriani: la reciproca delegittimazione, evidentemente, ha radici antiche), partito del Casinò e partito dell’hotel Wurtenberg, e, se vogliamo (ma è un po’ forzata), girondini e giacobini. Con il partito socialista che, man mano che si organizza e cresce, comincia a presidiare lo spazio tradizionalmente occupato dai liberali progressisti.
In Italia abbiamo, subito dopo l’unità, la Destra storica e la Sinistra storica. Cavouriani e mazziniangaribaldini, gli uni un po’ più conservatori e gli altri un po’ più riformisti. Però poi subentra il trasformismo, con le sue maggioranze variabili ed eterogenee. E perciò non si forma mai un partito equiparabile ai conservatori o ai liberali inglesi, francesi e tedeschi. I liberali, anche durante la lunga era giolittiana, non sono un partito vero, sono un calderone di interessi.
Parentesi su Giolitti. Secondo Benedetto Croce il trasformismo di Giolitti è positivo, attenua le differenze tra conservatori e rivoluzionari – taglia le ali estreme, diremmo oggi – e così “superando i frapposti ostacoli, rispettando gli argini necessari, la vita italiana dopo il 1900 scorse per oltre un decennio feconda di opere e di speranze”. Secondo Salvemini, invece, quello giolittiano è un conservatorismo travestito da riformismo. Ricorda qualcuno e qualcosa di molto attuale, vero? Eh...
Poi c’è il giudizio di Gobetti su Giolitti, drastico: “nell’immaturità generale i danni della sua politica diseducatrice e demagogica sono compensati dai vantaggi di dieci anni di pace”.
Dicevo che un vero partito liberale non esiste in questa Italia monarchica e apparentemente liberale. Gli spazi che in altri Paesi sono occupati dai liberal-conservatori e dai liberal-progressisti da noi sono presi dai partiti socialisti e, dopo il 1919, dal partito cristiano, magari c’è anche un partito che si chiama liberale, ma il più delle volte è soltanto un cartello, un raggruppamento di liste. Arrivano a essere addirittura ventisei, dal Partito Liberale Nazionalista al Partito Costituzionale (da non confondersi con il Partito Liberale Costituzionale e nemmeno con il Partito di Concentrazione Costituzionale o con il Partito Costituzionale Democratico Riformista), dal Partito Democratico (azz...) al Partito Democratico Sociale (PDS?), dal Blocco Liberale Democratico al Blocco Democratico Liberale (c’è differenza...). C’è la forza – sarebbe meglio definirla “debolezza” – più conservatrice e c’è quella più progressista, ma comunque, anche messe tutte insieme, non sono abbastanza consistenti come altrove. Robetta minoritaria.
Non cambia la musica nemmeno dopo la Seconda guerra mondiale. Il Partito d’Azione, formato da liberali di sinistra, nasce e muore ancora infante. Il Partito Liberale Italiano di Benedetto Croce si allea con l’Uomo Qualunque alle elezioni del 1948 (come diceva Gobetti? Ah sì, l’Italia patria naturale del costume demagogico) e poi accentua sempre di più la propria posizione conservatrice con Giovanni Malagodi segretario, ma rimanendo – salvo una breve parentesi negli anni Sessanta – confinato attorno al 3-4% dei voti. Il Partito Repubblicano si contrappone rappresentando gli interessi di un liberalismo più riformista, poi nel 1956 nasce anche il Partito Radicale, ma tra tutti e tre il ruolo è sempre marginale per tutto il periodo dei governi democristiani.
E dopo che finiscono i governi democristiani, sui liberali italiani, soprattutto quelli conservatori, potremmo stendere un velo pietoso.
Morale della favola?
Non lo so, non sono uno storico (e spero che nessuno storico legga queste povere righe). Però un paio di banalità potrei sostenerle. Mi pare innanzitutto che in Italia la frammentazione dell’atomo politico non ci sia soltanto a sinistra, ma anche tra i liberali, forse con la differenza che a sinistra son le idee a fare da sprone alle divisioni (“siamo noi quelli più duri e puri”), mentre di qua sono gli interessi da rappresentare. E poi direi che quel che Gobetti scrive nel 1923 sia ancora tremendamente attuale: novant’anni e non sentirli: che nasca tutto dalla fondatezza di quella amara constatazione?
concordo, bel post. grazie
RispondiEliminaVeramente bello. Grazie anche da parte mia.
RispondiEliminagrazie!
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