lunedì 21 luglio 2014

Primo esercizio di fantapolitica costituzionale: come funzionerà il nuovo Senato

Premessa: questo post l'ho scritto anche per reazione al modo con cui viene portata avanti la pseudodiscussione sulle riforme istituzionali. Di fronte a chi contesta il nuovo Senato e la legge elettorale (con motivazioni più o meno fondate, più o meno pretestuose, più o meno condivisibili), la controparte non risponde con argomenti, ma intonando la solfa gufi / rosiconi / disfattisti / sabotatori / catene della sinistra / palude / conservatori di rendite di posizione. E' chiaro che, così facendo, buttandola sul personale (perché questo viene fatto quando si dice gufi rosiconi eccetera eccetera), la discussione nel merito non si sviluppa, muore in partenza. Lo schieramento per tifoserie che si contrappongono a suon di slogan, proclami, insulti e raccolte di firme piace molto a noi italiani, ma, continuando così, arriveremo ad approvare un'importante riforma del nostro sistema istituzionale senza sapere cosa stiamo facendo.

Proviamo a immaginare come potrebbe funzionare il nuovo Senato made in Boschi-Renzi con l'aiuto della premiata ditta Calderoli-Finocchiaro.

Il nuovo Senato può, su richiesta di un terzo dei senatori da farsi entro dieci giorni dall'approvazione, esaminare un qualsiasi atto di legge uscito dalla Camera dei deputati e poi, nei trenta giorni successivi, deliberare modifiche.
Cosa significa, in concreto?
Significa che il nostro consigliere regionale-senatore e il nostro sindaco-senatore, che abbiano o non abbiano decisioni importanti da approvare all'interno dell'ente locale per il quale sono stati eletti, da un giorno all'altro sono convocati a Palazzo Madama, dove dibattono superficialmente perché sono pressati dalla scadenza imminente e infine modificano (o decidono di non modificare) a tempo di record, trovando - nel frattempo - anche il modo di continuare ad occuparsi delle questioni locali che a loro competono in prima battuta, magari facendo su e giù tra il Comune o il capoluogo di Regione e la capitale (il su e giù dovranno pagarselo da soli, non essendo previsti rimborsi spese).
Già questo dovrebbe, in un Paese normale, suscitare perplessità sul senatore part-time.
Ma la decisione del Senato conta relativamente. Infatti, una volta votato, il provvedimento torna alla Camera che, entro venti giorni, delibera in via definitiva. Insomma, può darsi che tutto l'ambaradan del senatore, che potrebbe anche aver spostato giunte, saltato consigli o rinviato impegni istituzionali locali pur di esser presente a Palazzo Madama, sia stato completamente inutile. 

Facciamo ora il caso di una legge di bilancio. Qui i tempi sono ancora più stringenti: se vuol deliberare in merito, il Senato ha a disposizione quindici giorni.
Mettiamo il caso che la legge di bilancio preveda tagli alle Regioni. Ma vuoi che un Senato composto al 74% da consiglieri regionali approvi tranquillamente un provvedimento del genere? Sia mai! Del resto, son lì apposta, per legge costituzionale, a rappresentare gli interessi delle Regioni. Così, la legge torna alla Camera modificata e, nel caso il Senato abbia deliberato a maggioranza assoluta (cosa abbastanza semplice, considerata la sua composizione e il modo in cui essa viene formata), la Camera può annullare le modifiche solamente esprimendosi anch'essa a maggioranza assoluta. Pochi problemi, forse (e sottolineo forse), se alle elezioni politiche precedenti la coalizione di maggioranza ha stravinto; ma se ha vinto di poco e l'Italicum gli ha assegnato una maggioranza di 321 deputati? Okay, la Camera neanche ci prova a tagliare soldi alle Regioni e se deve diminuire i trasferimenti agli enti locali, ricadrà tutto sui Comuni (tanto i sindaci senatori son soltanto ventuno* e magari pure in scadenza di mandato).

Ho considerato due esempi in cui i senatori mostrano di ragionare con il proprio cervello e prendono sul serio l'impegno istituzionale. Appaiono già evidenti alcune distorsioni, che sarebbero ancor più importanti se la maggioranza delle Regioni (e quindi dei senatori) dovesse essere di un colore politico diverso da quella al governo (non è impossibile: è accaduto dal 2005 al 2006 e dal 2008 al 2010, per esempio); oppure se i sindaci dovessero essere determinanti per la formazione di una maggioranza all'interno dell'Assemblea (con una nuova variabile: all'appartenenza politica si aggiungerebbe l'interesse particolare dei Comuni - però in teoria, essendo eletti dai consiglieri regionali, i sindaci dovrebbero rispondere ad essi) oppure ancora se i senatori delle Regioni di una parte d'Italia o quelle più piccole dovessero decidere di allearsi, a prescindere dalle maggioranze che le governano (fantapolitica? Chiedete ai tedeschi cosa succede nel Bundesrat...).
Facciamo ora l'ipotesi in cui i senatori, essendo nominati, non diventano tali per meriti, ma per la loro fedeltà al leader. Nel caso più semplice, quello in cui il leader centrale è politicamente forte e omogeneo alla maggioranza dei senatori, essendo piuttosto rari i casi in cui l'assemblea avrà competenze parificate alla Camera dei deputati (leggi costituzionali, leggi di ratifica di trattati europei, leggi su elezione e composizione di Comuni, Città metropolitane, Regioni), potremmo avere un Senato che non si riunisce mai o che non raggiunge mai il numero legale per deliberare. In tal caso, l'obiettivo di una riforma a costo zero sarebbe più apparente che reale. Infatti, la struttura del Senato (segretario generale, inservienti, personale tecnico...: attualmente, qualche centinaio di persone) dovrà comunque rimanere in servizio perché anche se l'assemblea non si riunisce, potrebbe sempre farlo e pure da un momento all'altro: ogni giorno di non-lavoro dei senatori diventerebbe un vero spreco di soldi.

E' chiaro che nessun sistema è perfetto, ma questo appare, oltre che farraginoso, un po' troppo imperfetto.
Mi sbaglierò, ma secondo me tempo due legislature e il Senato verrà considerato dai suoi stessi membri un organo inutile: a prendere sul serio l'impegno senatoriale, c'è il rischio di farne troppe senza, peraltro, che tanti sforzi vengano ripagati dai risultati. A prenderlo sul serio, l'impegno: appunto. Cosa che i legislatori di oggi sembrano non considerare, altrimenti non avrebbero previsto il part-time.
Fra dieci anni son convinto che saremo qui a discutere dell'inutilità del Senato e della sua definitiva abolizione.

*per ora, son ventuno: lo scenario che descrivo non deve essere sfuggito all'Anci che, non a caso, ha chiesto una rappresentanza più folta di sindaci.

4 commenti:

  1. Prendere il telefonino: le riforme costituzionali sono il PIN, se tu non digiti il PIN e sblocchi la tastiera non c’è verso di far funzionare niente. Le riforme costituzionali attuali sono questa cosa qui: sono lo sblocco del paese.

    PS: palude!!1!

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  2. @ atlantropa:

    personalmente, per restare alla tua metafora e ad un ragionare per slogan che non mi pare aiuti, ho l'impressione che QUESTE riforme siano il PIN sbagliato.

    Col rischio che, se digitato tre volte, blocchi tutto in maniera ancor peggiore.

    Ovviamente lo dico da gufo rosicone...

    Ciao

    Paolo

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    1. Eh, la metafora del PIN non era mica mia (link); magari fossi dotato di cotanto ingegno!, invece sono solo un tristo disfattista.

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    2. il link corretto:
      https://www.youtube.com/watch?v=29LJl7Ewqw4
      E comunque sarà anche come il PIN, ma se la costituzione, il sistema operativo di un paese è riprogrammato in modo pessimo il rischio blue screen of death è probabilissimo. Già ora in queste condizioni è assai forte.
      Un triste disfattista come te, MR.

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